“Crescere per prevenire”: lo youth work come strumento contro la violenza di genere
La mattina del 25 novembre 2025, nelle aule dell’ITIS “Fabiani–Deledda” di Trieste, si è svolto il laboratorio “Crescere per prevenire. Youth work e prevenzione della violenza di genere”, un’attività dedicata agli studentə del territorio e inserita nel calendario delle iniziative del progetto YouPart. A condurlo sono state Agnese Berton e Simona Raffaele, che attraverso un percorso di educazione non formale hanno accompagnato la classe in una riflessione partecipata e concreta sul ruolo dello youth worker e sulle dinamiche legate alla violenza di genere.
La giornata è iniziata con un energizer tanto semplice quanto efficace: contare insieme da 1 a 20, una voce alla volta, senza accordarsi e senza sovrapporsi. All’apparenza un gioco, in realtà un esercizio di ascolto, attenzione e sincronizzazione di gruppo. In pochi secondi la classe ha iniziato a cooperare senza nemmeno accorgersene, entrando nel mindset giusto per passare a un lavoro più profondo.
A questo primo momento di attivazione è seguita l’attività centrale della mattinata: la “Mappa delle risorse e attivatore di cambiamento”. L’obiettivo era far emergere, senza giudizi, cosa farebbero e cosa non farebbero i ragazzə se percepissero che una persona vicina sta vivendo una situazione di difficoltà: cambiamenti d’umore, segnali di controllo, insulti, body shaming, dinamiche di gelosia o comportamenti aggressivi. Ogni studentə ha scritto due post-it: uno dedicato alle azioni utili e uno alle azioni da evitare, creando così una mappa spontanea di comportamenti, intuizioni e dubbi reali.
È stato in questo momento che le formatrici hanno introdotto la figura dello youth worker, descrivendolo come qualcuno che agisce proprio nelle “zone grigie”: non un docente, non un genitore, non uno psicologo, ma un facilitatorə che aiuta i\le giovani a leggere ciò che accade, a trovare alternative e a riconoscere le risorse esistenti sul territorio.
Il laboratorio è poi proseguito con una serie di casi-studio realistici, vicinissimi alla quotidianità degli adolescentə: il controllo digitale da parte del partner, le umiliazioni che circolano nelle chat di classe, la pressione per inviare foto intime, i commenti del gruppo che normalizzano gelosia e controllo. Suddivisi in piccoli gruppi, i partecipantə hanno analizzato ciascuno scenario rispondendo a tre domande: cosa prova la persona coinvolta, quali rischi corre e dove può intervenire uno youth worker.
Il confronto ha fatto emergere emozioni spesso invisibili: paura, confusione, vergogna, solitudine, accanto a rischi molto concreti come l’isolamento, l’escalation della violenza, il ricatto, la perdita di autostima o la diffusione non consensuale di immagini. In chiusura di questa fase, le idee sono state riportate alla lavagna, creando una mappa collettiva delle emozioni, dei rischi e degli spazi di intervento possibili. Al termine, le formatrici hanno aperto un confronto con la classe, invitando i ragazzi a guardare non solo alle emozioni e alle paure di chi subisce una forma di violenza, ma anche ai meccanismi personali, culturali e relazionali che possono portare qualcunə ad adottare quei comportamenti. Un modo per comprendere il fenomeno nella sua complessità, senza semplificazioni, e per allenarsi a riconoscere ciò che spesso resta nascosto.
Questa attività della mattina del 25 novembre ha dimostrato come la prevenzione della violenza di genere non passi soltanto attraverso lezioni frontali o dati da ricordare, ma attraverso esperienze partecipative che mettono al centro i\le giovani, le loro emozioni, il loro linguaggio e la loro capacità di essere alleati l’unə per l’altrə . Un processo che non insegna solo a riconoscere la violenza, ma anche e soprattutto a costruire comunità più consapevoli, empatiche e responsabili.
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